A tu per tu con Claudio Galli, nuovo testimonial Arpa

Protagonista in quella che – a ragione – venne ribattezzata la “generazione dei fenomeni”, volto noto nel circuito della pallavolo internazionale anche a fine carriera, Claudio Galli è un nuovo testimonial della Fondazione Arpa.

Lo abbiamo intervistato per fornire un ritratto dell’uomo, oltre lo sportivo ed il personaggio pubblico.

Claudio, quando hai capito che la pallavolo sarebbe entrata a far parte della tua vita? 

Mi ci sono avvicinato casualmente: è successo a scuola, dove questo sport si pratica molto perché non richiede un contatto fisico e diminuisce i rischi per gli insegnanti. In terza media il mio prof. dell’epoca scorge delle potenzialità: giocava in serie B e aveva visto in me delle discrete attitudini. Convinto da lui, decisi di provare per la squadra della mia città, Milano. 

Da lì in poi sarebbe stato un crescendo inarrestabile: 

Frequentai il Liceo Scientifico e in quel periodo cominciò a formarsi l’ossatura di quella che sarebbe diventata una squadra importante. La mia società dell’epoca (il Vittorio Veneto, ndr) espresse molti giocatori che arrivarono in nazionale. Io intrapresi un percorso che dalla C mi condusse fino alla A2: poi, nel 1985, andai a giocare a Milano, per la squadra di A1. 

Che cosa cambia nel mondo della pallavolo in quel periodo?

Succede che la Nazionale vince gli Europei ed i Mondiali con Velasco in panchina. Da lì in poi i grandi gruppi entrano in questo sport, ribaltandone la situazione organizzativa. Da parte mia, ho vissuto momenti esaltanti a Milano, Parma ed anche a Cuneo, una città alla quale resto particolarmente affezionato, perché io e altri ragazzi portammo per la prima volta una serie di vittorie. Per questo, ci torno appena posso”. 

C’è una fase della tua carriera che ricordi con particolare orgoglio?

Probabilmente la stagione 1989/90 a Parma: c’era un clima pazzesco. Portavamo a casa vittorie combattute, ma quando entravamo in campo avevamo la consapevolezza che avremmo vinto. Non mi è più successo in carriera. 

Cosa ha significato, per te, fare parte della “Generazione dei fenomeni”?

A dire la verità è un appellativo che a noi non è mai piaciuto molto. Trasmette l’idea che il successo sia legato soltanto al talento naturale, mentre noi venimmo selezionati in tutta Italia a partire dai 14 anni, superando prove durissime. Da lì in poi passammo ogni estate a sudare tantissimo e a lavorare per ore infinite sulla tecnica: possiamo dire di non aver vissuto una parte importante della nostra giovinezza. Certo, tutto questo sacrificio ha portato a risultati incredibili. Ecco, se dovessi dare un consiglio ai giovani, oggi sarebbe proprio questo: la passione senza impegno non basta mai”. 

Oggi continui a rimanere legato al mondo della pallavolo nelle vesti di commentatore televisivo e non soltanto. Ma quali sono i tuoi interessi ulteriori? 

Ci vorrebbe una settimana per raccontarli tutti: per semplicità, dico che sono un uomo che ama la convivialità. Leggo molto, vado al cinema e a teatro; tra gli altri sport, mi interessano tennis e basket. 

Cosa pensi della mission portata avanti dalla Fondazione Arpa? 

Ho avuto modo di documentarmi su tutti i progetti che Arpa ha concretizzato in questi anni e, per questo, posso dire che per me è davvero un motivo di orgoglio essere testimonial di questo Ente. Sono rimasto particolarmente colpito dall’accento che viene posto sulle competenze. Il fatto di volerle condividere è una delle mie battaglie principali, contro ignoranza e maleducazione. Mi trovo perfettamente in linea con questa visione, necessaria affinché si possa tendere una mano anche alle persone meno fortunate. In una Nazione come questa, dove le competenze non sono tenute in degna considerazione e ci basiamo sull’anzianità, la vicinanza con la Fondazione mi appassiona.

Qual è, a tuo avviso, l’antidoto migliore all’individualismo che permea la nostra società?

L’individualismo è dettato dalla frenesia: è capitato a tutti di correre a testa bassa pensando soltanto ai propri obiettivi. Ma, per fortuna, ho assistito a gesti di grande solidarietà ed educazione, anche da parte dei più giovani: è qualcosa che fornisce speranza. In questo senso lo sport resta il veicolo principale per trasmettere valori positivi alle nuove generazioni: le famiglie e le scuole hanno sempre meno tempo per seguire i figli, ma lo sport può andare a colmare questa lacuna. Da parte mia, cercherò di dare la massima visibilità ai progetti della Fondazione Arpa, perché sono davvero meritevoli.